In Comune poteva anche andare ancora peggio. Erano tre, infatti, gli avvisi di garanzia per gli esponenti del Comune di Narni, inviati dagli inquirenti a marzo. Oltre a Zitti, ora a Sabbione, c'erano anche due indagati a piede libero: l'ex sindaco Stefano Bigaroni e l'altro architetto, Alessandra Trionfetti, strettissima collaboratrice di Zitti. L'architetto comunale era un punto di riferimento dell'amministrazione. Tutte le grandi opere sono sempre passate sulla sua scrivania. Probabilmente, proprio per essersi occupato tecnicamente di queste vicende, è risultato essere uno dei principali responsabili della vendita del castello di San Girolamo. Tuttavia Zitti, promosso dirigente con una meritata carriera interna all'ente, ha seguito tutta l'operazione, avallata a livello di giunta. Proprio per questo ora l'establishment narnese trema. Intanto il movimento 5 Stelle parla di intrecci tra politica e affari come di un "male antico da estirpare". Il portavoce al Senato Stefano Lucidi e gli altri esponenti del movimento si augurano che
"la magistratura sia posta in condizione di lavorare serenamente, senza condizionamenti, proseguendo nel fare chiarezza."
Corriere dell'Umbria Giovedì 18 Luglio 2013
 

Ecco come gli investigatori ricostruiscono l'illecita alienazione del Castello di San Girolamo, a Narni, messo ieri sotto sequestro. Il bando di gara subordinava l'alienazione dell'immobile alla realizzazione di una struttura turistico-ricettiva con l'avvio dell'attività entro quattro anni dal ritiro del permesso di costruire, fissando il prezzo a base d'asta in un milione e 740mila euro, di cui il 10% da versare come anticipo. Ad aggiudicarsi la gara con l'offerta più vantaggiosa è stata una “costituenda” società formata, tra gli altri, dall'Istituto per il sostentamento del clero come capofila di altre compagini costituite per l'occasione, tra cui una in particolare controllata in toto da Zappelli e Galletti, la “Iniziative Immobiliari Srl”.
Concluso il procedimento amministrativo della vendita, “viziato da varie e numerose anomalie”, spiegano ancora gli investigatori, in fase di preparazione dell'atto definitivo di compravendita è stata quindi comunicata l'uscita dalla società di acquisto dell'Istituto per il sostentamento del clero, che già aveva comunque versato un importante anticipo, e l'assunzione del ruolo di capofila da parte della società gestita da Zappelli e Galletti, che avrebbero assunto la proprietà esclusiva dell'immobile. L'Ati di imprese offerenti, con l'uscita dell'Istituto diocesano, avrebbe così perso i requisiti essenziali per partecipare alla gara, ma la procedura di acquisizione a favore della stessa società è andata avanti comunque “anche grazie alla complicità di alcuni amministratori locali del Comune di Narni”.

Non solo, per gli inquirenti Zappelli e Galletti “ancor prima che si perfezionasse l'atto e senza aver corrisposto l'importo stabilito per la compravendita al Comune di Narni, garantito da una fideiussione scaduta, hanno tentato in più occasioni di vendere a un terzo in buona fede l'immobile e garantirsi il profitto dell'intera cessione, poiché l'anticipo era stato versato dalle altre imprese partecipanti all'Ati”.
I due avrebbero quindi impegnato ancora una volta la Curia che ha versato, nonostante l'uscita dall'Ati, oltre un milione di euro. Il Comune di Narni non si sarebbe accorto di nulla, “nonostante l'obbligo previsto dal bando di procedere a verificare i requisiti e l'assenza di ogni requisito tecnico-organizzativo e della relativa capacità economico-finanziaria”.

Non contenti “Zappelli e Galletti avrebbero quindi riprovato a vendere il Castello per sei milioni di euro”, da qui il blitz di ieri mattina.

La Nazione Giovedì 18 Luglio 2013

"In tutta questa vicenda la Chiesa ternana è parte lesa."
Cosà il vescovo, Ernesto Vecchi, a poche ore dagli arresti che hanno coinvolto anche Galletti e Zappelli
"Sono tutti ex tecnici - precisa l'amministratore apostolico - a cui avevamo chiesto e ottenuto le dimissioni. Non ci siamo mai nascosti l'entità del problema contabile e dunque per noi non è stata una sorpresa. Al di là delle prerogative previste dal Concordato ci siamo messi a totale disposizione dell'autorità giudiziaria perché vogliamo che si faccia la massima, chiarezza. Il buco di bilancio viaggia ormai oltre i 23 milioni di euro."
Lo riconosce lo stesso monsignore che insieme ai suoi più fidati collaboratori, fatti arrivare dalla sua Bologna, ha avviato un complesso processo di due diligence per fare chiarezza sui conti e l'esatta entità del patrimonio immobiliare. Monsignor Vecchi non esclude la vendita di pezzi del patrimonio diocesano.
"Ma in questa fase di crisi - analizza. - rischiamo di svendere i nostri immobili. Ecco perché sarebbe più opportuno ottenere un prestito a tasso zero per incamerare un po' di risorse fresche che ci consentano finalmente un po' di respiro e ci permettano di avviare quell'azione di risanamento che ci vede tutti impegnati."
Intanto sotto la lente degli inquirenti sono finite anche altre operazioni immobiliari: dalla vendita dell'area della multisala di viale Bramante e del palazzo delle ex Orsoline passando per la vicenda dell'hotel Terme Salus di Viterbo, il complesso Santa Monica ad Amelia e un ostello per i pellegrini a Colvalenza.
Corriere dell'Umbria Giovedì 18 Luglio 2013

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